Hic Sumus Felices

Drapoghrapy ©

Location: Pompei, Italy.

Team: Vincenzo Stile.

State: unBuild

Project: 2017

Type: Urban Design.

Questa è una lettura della città dis-sepolta che si fa proposta progettuale.
La sua fase analisi é un’operazione di scavo concettuale attraverso gli strati mentali che l’hanno composta.

Una rete che ricuce parti di città contemporanea, fatta di sovrapposizioni di tracce criticamente selezionate, ha nella sua più naturale aspirazione quella di puntare oltre.
Le parti interessate sono quelle ancora non rimosse. La mancata rimozione, permette quel grado di ambiguità che rende fertile quelle zone ad una proposta ‘altra’.
La cesoia tra diverse Pompei, oggi, quanto non mai incomunicanti, è risolta da un progetto che punta a portare ognuna un po’ dentro l’altra.
Due i piani sul quale lavora: quello orizzontale e quello verticale.
Il progetto è lo spazio di mezzo, tra il celato e il non celato, tra il nuovo e l’antico, tra il passato, il presente e il futuro.
La tensione è frutto di questi un dialoghi, resi possibile solo da quelle regole iniziali, le regole del discorso.
Le pieghe sono il risultato di questa tensione.
Hic Sumes Felices è un eco che arriva dal passato e che si fa dichiarazione di intenti.

Virtuali sono le leggi invisibili che hanno regolato il progetto della città alle pendici del Vesuvio, e che il progetto fa emergere con tutta la sua componente anche di approssimazione ad essa utile. Ma non solo. Virtuale è anche aggettivo che affiancato al progetto è rafforzativo rispetto a quello che vuole essere: un progetto della mente.
Il dualismo permette sì quel certo distacco dalla naturale complessità di un progetto di realistica fattibilità, trovandosi a contatto con un patrimonio così importante; ma non vuole essere nemmeno il paracadute che libera il progettista dalle responsabilità di tale intervento.
Da qui la strada di una proposta “altra” che è una reductio ad absurdum che parte dall’assioma di non continuare l’operazione di scavo e completamento della città così com’era un attimo prima di essere congelata nel tempo.
Questo progetto vuole raccontare la storia di una Pompei altra che ricucia la distanza tra quello che è stata, e quello che vorrebbe tornare ad essere: una Pompei felice.

La scala dell’intervento architettonico è altro rispetto al mero dato dimensionale e quantitativo.
L’assenza di questa domanda, del programma, permette di partire da altre variabili che generano il progetto.
Il lavoro vuole essere tutto interno all’architettura stessa, utilizzando gli strumenti che hanno come fine unico quelli di generare le forme
 e gli spazi che ne stimoli solo in un secondo momento una caratterizzazione funzionale.
Viene qui descritta una strategia progettuale che viene ben rappresentata da un neologismo: drapoghrapy©.
Questa filosofia progettuale ha nelle sue radici la risposta alla precedente domanda.
Dall’inglese “to drape” (panneggiare), l’atto del modificare una materia grezza, piegandola alla maniera più virtuosa; e “geography”, inteso come luogo, salto di scala ad una dimensione urbana.
Il panneggio, ad ogni scala, acquisisce lo stesso valore, pur sembrando ogni volta diverso a se stesso. 
Questo come nel caso di una veste, diventa reattivo a tutto quello che sfiora, celando ma mai negando, tutto quello che ricopre.
L’architetto, al pari di uno scultore, ritornando ad occuparsi della forma, ha qui il compito di intercettare tutti quegli stimoli e quei segnali che da più parti arrivano.
Le pieghe sono il risultato di una tensione, contengono il processo mentale che le ha generate mostrando al mondo solo il proprio virtuosismo formale che la storia insegna.

Il progetto si sviluppa per intero all’interno dell’area archeologica, andando a modificare gran parte della superficie dello strato di deposito lapideo sopra le rovine, con l’attenzione principale di riconnettere, e talvolta ricreare tutti i possibili punto di accesso ad esso.
Da est questo prosegue la densa ragnatela di strade pensata da Eisenman per il suo progetto per la Stazione Santuario.
Quello è stato proprio il primo di tentativo di ricucire una ferita inflitta dalla rete ferroviaria leggera che da sempre ha separato il centro cittadino della nuova Pompei a quello periferico. La colonna vertebrale di questa rete, va a formare un percorso che immagina la connessione diretta Stazione-Scavi, fermandosi però all’altezza della parete muraria est, occupata in larga parte dall’anfiteatro. A partire da quello nodo si trova la possibilità di lavorare su due livelli contraddistinti, ognuno con un proprio accesso all’area archeologica. Preservandone l’attuale “passeggia fuori le mura” che ne consente l’accesso diretto al decumano più importante, la Via dell’abbondanza, il progetto prevede un accesso superiore, distinto a questo, che mantenga la quota della città moderna, tangente all’anfiteatro fino ad incrociarsi nel punto di snodo tra i due livelli. Mantenere l’incomunicabilità di questi vuol dire consentire un accesso separato all’area superiore di progetto non compromettendone l’attuale funzionamento di quello odierno.

A seguito di questa compressione, si è subito assorbiti dal carattere territoriale dell’intervento. Sono le depressioni ad accompagnare il viandante attraverso la strada “altra” rispetto a quello inferiore del decumano. Il tempo è stata a crearla. Questa vede la formazione del suo andamento dal lento integrarsi tra gli scavi che man mano veniva furori e le centuriazioni spontanee della parte agricola della città che ancora oggi conserva il medesimo carattere.
Da qui la scelta di eleggere tale forma ad elemento irrazionale del progetto. Una scelta arbitraria disvelante. Come elemento modificatore del piano orizzontale, questo farà sì che il tutto possa vibrare a contatto con esso. Non solo sul piano orizzontale il progetto effettua tale operazione.
Oltre al decumano medio, portato alla luce dal suo completo scavo, anche le strade ad esso perpendicolari subiranno una modifica simile, ma questi sul piano verticale. Come corde di chitarra, queste si vedono pizzicate fino a formare le onde che piegheranno il terreno.
Il desiderio sul piano formale è ora chiaro. L’andamento orizzontale vibrante della lava si fonde con le pieghe eco del profilo vesuviano. La forma di questo panneggio contiene al suo interno il simbolo. 
A queste, la ragnatela si sovrappone. Riconnettendo le pieghe tra loro e con il loro intorno. A sud queste su aprono alla città nuova, congiungendosi idealmente ad ognuno dei cardi inferiori. A nord, questi vanno a ricreare un rapporto con la campagna, con la futura possibilità di sviluppo, a partire dai suoi nuovi accessi.

All’interno delle pieghe, spazi abitabili vengono immaginati. Spazi che potrebbero essere sostituiti da altrettanti altri, laddove alcuni di questi manifestano la loro più naturale funzione, mai dichiara, semplicemente
palesata. Le pieghe di Pompei vogliono essere risposte a domande mai poste. Risposte virtuali.